martedì 22 maggio 2012

Sabato su Raidue ore 21:00, non mancate!

Sabato prossimo si terrà a Baku, capitale dell’Azerbaijan, la finale del più amato spettacolo televisivo europeo: l’Eurovision Song Contest, altrimenti detto “Eurofestival” qui in Italia. Il vantaggio di questa edizione è che non solo d’ora innanzi ci ricorderemo la capitale dell’Azerbaijan, ma conosceremo l’esistenza stessa di questo paese caucasico. (Che poi, se vogliamo dirla tutta, come mai l’Azerbaijan partecipa all’Eurofestival? Della serie, più si è meglio è...) 
Per prepararci allo show di sabato sera, ho preparato una urlist delle canzoni dei concorrenti balcanici (nel senso più ampio del termine) e passerò qui di seguito in rassegna i partecipanti targati ex-YU. Ricordo che in questi giorni ci saranno le semifinali, perciò è probabile che non tutti si esibiranno sabato. 

Slovenia: Eva Boto canta Verjamem (Credo). La canzone è orecchiabile e nelle tipiche corde dell’Eurofestival, ma ha quel tocco di Enya/Signore degli Anelli che la rende ricordabile nel mare magnum musicale. Eva ha solo 16 anni ed è arrivata all’Eurovision attraverso un talent show. 

Croazia: Nina Badrić canta Nebo (Cielo). Riesumata dagli anni ‘90, senza infamia e senza gloria, Nina presenta una canzone struggente di un tedio da guinness dei primati. 

Bosnia Erzegovina: Maya Star canta Korake ti znam (Riconosco i tuoi passi). Giovane e promettente cantautrice, Maya ha già partecipato all’ESC nel 2011 con Dino Merlin. Il video della canzone vorrebbe essere un omaggio romantico alla Bosnia, ma sin dai primi secondi si trasforma nella versione horror di un film di Kusturica: che cosa ci fa una dolce pulzella fresca di piega a suonare il piano in una fonderia?! 

Serbia: Željko Joksimović canta Nije Ljubav Stvar (L’amore non è una cosa). Zeljko è un veterano dell’Eurofestival, ha già partecipato in prima persona e come autore diverse volte. Ho sentito dire che questa canzone è tra le più papabili per la vittoria; da qualche settimana è stata messa in rete una seconda versione del brano in russo, al posto dell’ormai canonico inglese, mossa “politica” per guadagnare punti a est e aggiudicarsi questa edizione? 

Montenegro: Rambo Amadeus canta Euro Neuro. Rambo Amadeus è una figura cult della musica iugoslava e si presenta con una canzone che tratta blandamente della crisi economica in Europa. Politica all’acqua di rose, insomma. Il video rappresenta il contrasto tra la “balcanicità” tradizionale e il nuovo stile di vita occidentale. Sinceramente, non capisco come questa canzone sia arrivata all’Eurofestival.

Macedonia (o meglio, FYROM): Kaliopi canta Црно и бело (Bianco e nero). Kaliopi è uno dei volti più noti e più longevi della scena pop macedone, è quasi strano che non abbia partecipato prima per il suo paese. 

Anche quest’anno noto con estremo piacere che i partecipanti dell’ex Iugoslavia sono tra i pochi a presentare canzoni nelle rispettive lingue, in barba all’appiattimento generale sulla lingua inglese, puntualmente stuprata da pronunce imbarazzanti e sintassi creative.

martedì 15 maggio 2012

Missione Fiume

La scorsa settimana sono stato a Fiume per un convegno universitario dopo tanti anni passati sfiorandola senza fermarmici. La mia idea del luogo era rimasta ai ricordi lontani di una città eccessivamente cementificata secondo il classico taglio estetico dell’industrializzazione socialista; ho trovato invece una cittadina con una forte volontà di rinnovamento, molte opere di ristrutturazione e recupero e un centro pedonale davvero grazioso, pieno di caffè e negozi brulicanti di persone, anche la zona universitaria mi ha colpito con tutti i locali dedicati agli studenti. Quanto all’aspetto accademico, il livello generale non era quello dei convegni “occidentali” (ma se è per questo, nemmeno molte conferenze italiane), ma era evidente la volontà di alzare il livello e aumentare la presenza di relatori dall’Europa occidentale per incrementare la visibilità nell’ambito accademico internazionale. Un problema alla batteria della macchina ha permesso a me e alle mie colleghe con cui ero in “missione” di stabilire nuovi contatti e, soprattutto, di sperimentare il grande altruismo e la cordialità disinteressata di cui vado così fiero nella mia anima croata. 

Questa occasione è stata particolarmente speciale perché era la prima volta che sono stato in Croazia in veste accademica, è come se si fosse gettato un ponte tra la la mia identità intellettuale anglo-italiana e la mia emotività adriatica; è stato toccante quando una delle mie colleghe mi ha detto che conoscendo quei posti e interagendo con le persone locali ha avuto l’impressione di ricomporre i pezzi del puzzle della mia personalità. E penso che, avvicinandomi ai trent’anni, è proprio da questo punto che devo cominciare a lavorare per diventare finalmente adulto: il mio contesto, o meglio, i miei contesti.

lunedì 23 gennaio 2012

La Croazia ha detto «da»

Con il referendum di ieri circa il 67% dei croati si è espresso favorevole all'adesione della Croazia all'Unione europea. Considerando il periodo di crisi che sta attraversando il continente e le sue istituzioni, direi che il risultato è più che soddisfacente, segna inoltre il superamento della retorica nazionalista dominante sino agli scandali che hanno portato al crollo dello scorso governo dell'HDZ. È ormai ufficiale che il primo luglio 2013 la Croazia diventerà il secondo paese dell'ex Iugoslavia, dopo la Slovenia nel 2004, a entrare nell'UE. Emblematico il titolo in prima pagina sul quotidiano Večernji List: «La giornata decisiva: l'Europa o i Balcani», come in una sorta di polarità tra sviluppo/pace/civiltà da una parte e isolazionisimo/guerra/inciviltà dall'altra. 

Va anche aggiunto che il fronte del no si è mosso nel modo più goffo e inefficiente. Seppur ci possano essere argomenti razionali e convincenti per votare contro, sono stati lanciati i messaggi più insulsi, spesso ridicoli se non addirittura inventati, come il presunto divieto europeo di vendere formaggi e funghi nei mercati o di esporre la bandiera croata (mai togliere ai croati le loro bandiere!). 

Forse per chi è nato e cresciuto in un paese membro dell'UE – abituato ai weekend a Londra con i voli low cost, agli Erasmus e allo shopping oltrefrontiera – è difficile comprendere cosa significhi oggi non farne parte. Giusto per fare un esempio, basta chiedere a un cittadino albanese, che può aspettare anche mesi prima di avere un visto turistico per la Gran Bretagna. 

Per quanto mi riguarda, non vedo l'ora di andare da casa mia, in Italia, a casa mia, in Croazia, senza fermarmi alla frontiera.

sabato 31 dicembre 2011

Le lingue dell'ex Iugoslavia 4: il macedone.

La Macedonia, una delle repubbliche dell'ex Iugoslavia indipendente dal 1991 come Slovenia e Croazia, ha sempre avuto un problema di nomi. Sembra assurdo, ma spesso solo il chiamare le cose in un modo invece di un altro può provocare incidenti diplomatici imbarazzanti; e la Macedonia ne è l'esempio. La Grecia si è sempre opposta al conferimento del nome "Macedonia" al nuovo stato, perché con questo toponimo riconosce soltanto l'attuale regione greca della Macedonia (Μακεδονία) oppure l'antico regno ellenistico di Filippo II e Alessandro il Grande; per questo motivo, in ambito internazionale il paese è conosciuto con la sigla FYROM, ossia Former Yugoslavian Republic of Macedonia (ex Repubblica Iugoslava di Macedonia) oppure con il nome della capitale Skopje. Dal punto di vista linguistico, che qui ci interessa di più, la situazione non è molto diversa, perché la Bulgaria si oppone al riconoscimento di una "lingua macedone" preferendo diciture più sofistiche come "bulgaro macedone", "dialetto bulgaro di Macedonia", "varietà macedone della lingua bulgara" ecc. Difatti, da un lato va detto che è impossibile parlare del macedone trascurando il bulgaro, ma dall'altro esiste una lingua standard ufficiale riconosciuta dai suoi parlanti almeno dai tempi della Repubblica Federale di Iugoslavia. Per fortuna noi linguisti, almeno quelli seri, non abbiamo bisogno di leggi o accordi internazionali per discutere delle lingue, dato che "ci limitiamo" ad analizzare l'atto linguistico scevro dalle etichette politiche (e anche quando le usiamo è solo nel modo più neutro e intuitivo per motivi di immediatezza, come abbiamo visto per "croato" e "serbo"). 


Il macedone e il bulgaro fanno sempre parte della famiglia delle lingue slave meridionali, assieme a sloveno e serbo/croato. Entrambe si scrivono in caratteri cirillici – solo in cirillico, non c'è digrafia come in serbo – ma il cirillico macedone è praticamente uguale a quello serbo a parte i caratteri <ѓ> e <ќ> che sostituiscono <ћ> e <ђ> (corrispondenti a <ć> e <đ> in caratteri latini). Il lessico del macedone è ampiamente comprensibile da un parlante di serbo/croato o bulgaro; di base il vocabolario è bulgaro, ma nell'ultimo secolo ha subito una forte "serbizzazione" dovuta anche al fatto che durante il periodo iugoslavo i macedoni studiavano in serbo a scuola.


Le caratteristiche più interessanti di queste due lingue riguardano la declinazione nominale: uno dei tratti principali di tutte le altre lingue slave (non solo del gruppo meridionale) è la complessa flessione nominale, suddivisa in tre generi (maschile, femminile, neutro), due numeri (singolare e plurale, talvolta anche il duale), sette casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, locativo/prepositivo, strumentale) combinati in 4-7 declinazioni (e voi che vi lamentavate del latino e del greco!). In bulgaro e macedone tutto questo sistema si è enormemente semplificato, perché i casi sono (quasi) spariti e i sostantivi si declinano solo per genere e numero, esattamente come in italiano. Altra peculiarità è che bulgaro e macedone, unici tra le lingue slave, hanno gli articoli determinativi che si pospongono come suffissi ai sostantivi come succede in romeno, in albanese e nelle lingue scandinave. Facciamo un esempio: prendiamo le parole macedoni пријател (/prijatel/ "amico"), пријателка (/prijatelka/ "amica") e сонце (/sonce/ "sole"), aggiungendo i suffissi determinativi /-ot, -ta, -to/ diventano rispettivamente пријателот (/prijatelot/ "l'amico"), пријателката (/prijatelkata/ "l'amica") e сонцето (/sonceto/ "il sole"). A differenza del bulgaro, il macedone ha suffissi anche per i dimostrativi, quindi possiamo trovare anche пријателов (/prijatelov/ "questo amico") e пријателон (/prijatelon/ "quell'amico").


Il fatto che non ci siano i casi porta spesso alcune persone con una conoscenza superficiale di queste lingue a pensare che macedone e bulgaro siano molto "più facili" rispetto alle altre lingue slave. Ma la Dea delle lingue, geniale e birichina, tende a bilanciare i lati complessi e accessibili in ogni sua creazione: se vogliamo, la contropartita di questa minore flessione nominale è un'enorme articolazione dei tempi verbali. Chi conosce almeno un po' una lingua slava sa che il punto essenziale nello studio dei verbi è comprendere la differenza tra aspetto perfettivo e imperfettivo (per spiegare, grosso modo, è quello che in italiano ci fa distinguere tra l'imperfetto e il passato remoto, per esempio tra "mangiai" e "mangiavo"), poi la coniugazione verbale è tutto sommato semplice visto che passato, futuro e condizionale sono in fondo tempi analitici (cioè composti da ausiliare e una forma verbale come infinito o participio). In serbo/croato esistono, inoltre, i tempi imperfetto e aoristo ("passato remoto") sintetici  – ossia non composti con l'ausiliare, la stessa differenza strutturale che c'è in italiano tra "mangiai", forma sintetica, e "ho mangiato", forma analitica – ma sono ormai relegati alla lingua scritta letteraria d'epoca e i parlanti preferiscono usare le forme analitiche. In macedone e in bulgaro, invece, le forme analitiche e sintetiche coesistono e hanno il loro uso specifico, quindi le voci sulla tabella della coniugazione sono in numero decisamente maggiore: per fare un confronto, la frase minima ja sam čitao in croato o я читал in russo ("io leggevo", letteralmente io + [ausiliare] + participio di leggere) in bulgaro si può rendere con аз четях (/az četjah/, аз /az/ è il pronome "io"), аз четох (/az četoh/), аз съм чел (/az sǎm čel/), аз съм четял (/az sǎm četjal/) e ognuna di queste forme – le prime due sintetiche, le seguenti analitiche – ha un ruolo sintattico o una sfumatura semantica precisa. E per quanto riguarda i tempi passati il macedone non si ferma a questo: forse per vicinanza ad altre lingue balcaniche non slave (romeno, greco e albanese, la cosiddetta "lega linguistica balcanica" o Balkansprachbund in tedesco), il macedone è l'unica lingua slava ad aver sviluppato un tempo verbale perfetto che impiega come ausiliare il verbo avere (има ima) e il participio passato passivo (per esempio, имам видено /imam videno/ "ho visto"), come succede anche in tutte le lingue germaniche e romanze ("ho visto", "he visto", "am văzut", "I have seen", "ich habe gesehen", "ik heb gezien"). Quindi se avete intenzione di studiare macedone o bulgaro, sappiate che il tempo che risparmierete sulle tabelle delle declinazioni nominali lo spenderete su quelle delle coniugazioni verbali!


Buon anno! Sretna nova godina!

venerdì 16 dicembre 2011

La storia della lingua inglese in 10 minuti

Segnalo questo fantastico video che in 10 minuti condensa in modo semiserio la storia della lingua inglese. Se continuano a fare video didattici così divertenti, presto mi ritroverò senza un lavoro!

lunedì 5 dicembre 2011

Un Mario e due Zoran


Ieri per me è stata una giornata emotivamente impegnativa sul fronte politico. Ho seguito con attenzione il discorso del neopremier Mario Monti e, senza entrare nel merito delle misure esposte, ho apprezzato soprattutto la forte discontinuità comunicativa rispetto al governo precedente: penso che farà bene agli italiani dopo tutto questo tempo anche se, viste le reazioni di oggi, ci vorrà di sicuro un po’ prima che si abituino a un eloquio così pacato, trasparente e, perché no, quasi didascalico.

Ammetto di essere molto soddisfatto per il risultato delle elezioni in Croazia e in Slovenia. In quest’ultima, a sorpresa ha vinto il candidato del nuovo partito della sinistra liberale (Pozitivna Slovenija, Slovenia positiva) Zoran Janković, il famoso sindaco di Lubiana. Pochi scommettevano sulla riuscita di questa impresa, considerando che per i conservatori sloveni è già scandaloso avere un primo ministro con un cognome serbo. Ora vedremo come il nuovo premier comporrà la sua coalizione di governo.

Trionfo e gaudio per il cambio di rotta in Croazia. Dopo quasi vent’anni di egemonia del partito nazionalista di centrodestra HDZ (Hrvatska demokratska zajednica, unione democratica croata, fondato da Franjo Tuđman in persona), torna al potere il centrosinistra con una coalizione dal nome decisamente poco ortodosso, Kukuriku (Chicchirichì): in principio era stato attribuito dai giornalisti dal nome del ristorante dove i rappresentanti delle diverse componenti avevano deciso di correre assieme, ma avendo ottenuto un certo successo mediatico è stato trasformato nel nome ufficiale. Dopo l'arresto dell'ex primo ministro Ivo Sanader per corruzione, la succeditrice dell'HDZ Jadranka Kosor (la prima premier donna della Croazia) non è riuscita a tagliare i legami del suo partito con la criminalità organizzata e a dissipare le accuse di corruzione dirette a tutti i livelli istituzionali, consegnando così il governo del paese all'avversario Zoran Milanović, 45 anni, che ha saputo circondarsi di una nuova giovane classe politica in netta discontinuità con il passato comunista iugoslavo e nazionalista degli anni '90. Il fattore anagrafico è stato determinante in queste elezioni: guardando i sondaggi, è evidente che il centrosinistra è stato votato da un elettorato tra i 18 e 55 anni di età, in gran parte femminile e urbanizzato, mentre l'HDZ rimane il caposaldo degli ultrasessantenni e dei veterani di guerra. Una nuova generazione di elettori che ha vissuto poco o nulla del comunismo targato SFRJ si è impegnata attivamente per il cambiamento, nonostante la forte crisi che imperversa anche in Croazia e che, in genere, tende a premiare i partiti conservatori. La nuova coalizione di governo ha tra i suoi primi punti quello di accelerare l'ingresso della Croazia nell'Unione europea.

venerdì 14 ottobre 2011

Anniversario


Non ha nulla a che vedere con il tema conduttore di questo blog, ma ho voglia di lasciare una riga per celebrare l’evento. Per quanto mi sia difficile concepire l’idea, ieri erano esattamente dieci anni da quando ho fatto coming out con i miei genitori. È stato un periodo doloroso, straziante, in gran parte ancora incompiuto. Tuttavia c’è da festeggiare. Tanto. Mi era stata promessa una vita di solitudine, sofferenza e soprattutto senza amore a parte quel poco che avrei potuto elemosinare dai miei consanguinei. E invece eccomi qui dieci anni dopo, circondato dall’affetto delle persone che già allora erano nella mia vita e che hanno cementato il loro legame con me in questi anni assieme, e di tutte quelle che si sono aggiunte e che continuano ad arricchirmi ogni giorno. E oltre a questo, che per me è già tanto, la serenità di aver compreso di avere una collocazione nel mondo al fianco di una persona che condivide i miei sentimenti. Se ripenso a me stesso in quel periodo – la paura, l’incertezza e lo smarrimento – non posso nemmeno credere di aver potuto raggiungere tutto questo, perché tutto mi sembrava inavvicinabile e la migliore delle ipotesi di allora non può nemmeno sfiorare quello che ho adesso. Mi sento così fortunato e ringrazio tutti voi per avermi accompagnato e per continuare a farlo.

sabato 10 settembre 2011

Il dogma


Ieri era il compleanno di mia sorella, per festeggiarla io e i miei genitori abbiamo deciso di farle una sorpresa e raggiungere lei, cognato e nipote in un'amena località di villeggiatura nelle Alpi slovene. Io non sono un grande amante della montagna, sono decisamente un tipo da mare soprattutto in estate, ma va riconosciuto che quel posto era incantevole. Alla fine del pranzo a base di golež (il corrispettivo sloveno di gulaš) di cervo, durante il rituale dell’apertura dei regali, credo di aver assistito a una sorta di scatto evolutivo di mio nipote, che ha ormai superato i due anni. Il mio regalo consisteva di un pacchetto vero e proprio più un piccolo souvenir comprato nella mia recente trasferta a Nizza, una saponetta di sapone artigianale di Marsiglia all’olio di oliva (un vero toccasana per la cute del corpo, consigliatissima). Quando mia sorella ha estratto la saponetta dalla sua bustina per annusarne il profumo, mio nipote ha voluto prenderla in mano, perché non aveva capito esattamente cosa fosse: una volta afferrata, sentito l’invitante aroma di olio, l’istinto di sperimentare gli ha fatto tirare fuori la lingua per dare una leccata a quel curioso oggetto, per verificare se fosse commestibile. Ma la sua prova empirica è stata prontamente interrotta da mia madre, che gli ha stretto il braccino e ha detto perentoria «No, non si mangia il sapone». Sarà stato forse un mio riflesso psicologico, ma in quel momento mi è parso di vedere negli occhi di mio nipote una nuova consapevolezza: ci sono cose che non vanno fatte semplicemente perché “non si devono fare”. Naturalmente io non sono contento che mio nipote si mangi il sapone, ma dato che è un bambino sano mi fido dei suoi sensori biologici, quindi immagino che una volta appoggiata la lingua le sue papille gustative avrebbero comunicato al cervello che quella sostanza non è commestibile. Ora, invece, non metterà mai più una saponetta (o perlomeno quella saponetta) in bocca per il semplice fatto che l’autorità, impersonata in quella situazione dalla nonna, gli ha detto di non farlo. Da ieri mio nipote sa che cos’è un dogma.

lunedì 1 agosto 2011

Riflessioni croate


Ed eccomi tornato dalla consueta trasferta croata. Dato che il tempo non è stato dei migliori, invece di buttarmi tra le solite due-tre spiagge ho trascorso più tempo con i parenti e ho avuto modo di girare l’isola in lungo e in largo. Rispetto ai miei ricordi di infanzia la componente turistica dell’isola è cambiata moltissimo, da angolo di Adriatico incontaminato si è trasformata in una specie di piccola Sardegna con tanto di turismo VIP e pacchetti low cost. Da un lato sono molto contento di questo processo, perché per un posto così remoto questa trasformazione ha ingenerato un aumento del tenore di vita di quasi tutti i residenti, soprattutto i più giovani, che non si sono più ritrovati nelle condizioni che ai tempi avevano portato mia madre a scappare dal luogo in cui era nata; dall'altro rimane comunque la nostalgia delle spiagge deserte e la familiarità dell'ambiente, anche se forse è solo un ricordo offuscato dell'infanzia.
Forse il cambiamento più significativo di questo lungo periodo riguarda le provenienze del turismo isolano. Se fino agli anni Ottanta il grosso era costituito dalla diaspora dei locali che si erano trasferiti all’estero (Italia, Germania, Austria e Stati Uniti), la vera prima ondata di turismo vero e proprio è stata quella dei friulani, veneti e austriaci attratti dalla relativa vicinanza, dai prezzi modici e dalla distanza dalla già affollata Istria; frequentatori assidui (oggi si direbbe “fidelizzati”), tanto che era facile ritrovare in una spiaggia le stesse persone incontrate l’anno precedente. Con il volgere del decennio, dopo il logico declino delle presenze straniere a causa della guerra, l’indipendenza ha dato un nuovo impulso all’industria turistica, anche se gli effetti nella mia isola si sarebbero sentiti solo con l’approssimarsi del nuovo millennio: negli anni Novanta ricordo solo l’entrata in scena di un nuovo gruppo, i francesi, probabilmente affascinati dai grandi campeggi per naturisti che allora andavano ancora in voga.
Come già detto, il vero boom turistico dell’isola si è verificato negli anni successivi al 2000 e le nazionalità degli ospiti si sono decisamente ampliate. Agli sloveni che vengono a trovare i "cugini sfigati", si sono aggiunti altri abitanti dell’Europa orientale, come ungheresi, polacchi, ma soprattutto cechi; è ormai anche consueto vedere nei campeggi e per le strade gli enormi camper scandinavi. Gli habitué perseveranti sono molto pochi rispetto al passato, si sono spostati perlopiù in altre zone meno battute a sud del litorale adriatico. Gli italiani rimangono una fetta sostanziosa dei villeggianti, ma oltre ai vicini veneti e friulani si incontrano tante persone provenienti dal Nordovest e dal Centro. A proposito, vorrei spendere qualche parola sull'atteggiamento peculiare di questa nuova clientela italiana: ho notato che per molti di questi la Croazia è una specie di paese del terzo mondo stravolto dalla fame e bisognoso del loro intervento umanitario: tra i vari commenti in stile «Poverini, hanno tanti ristoranti e i supermercati pieni, ma a casa il loro frigorifero è vuoto» (sulla base di che cosa?!) ha vinto il quarantenne romano stupito dal fatto che i croati avessero «perfino» i cellulari. Chissà, forse si aspettavano scene di questo tipo, ma saranno rimasti delusi.
Ovviamente non sono solo questi italiani, che fanno sorridere per la loro ingenua ignoranza, ad avere un comportamento bizzarro: i più cafoni, bisogna ammetterlo, sono spesso gli stessi croati dell’interno che si trasferiscono sul litorale per l’estate, altro fenomeno recente. Con la scusa di «essere a casa loro» – frase ripetuta di continuo nei confronti degli “stranieri”, qualunque cosa possa significare – non si preoccupano di compiere veri atti di sfregio ambientale: dai più piccoli, come lo scarico dei rifiuti in mare, ai più grandi, come la costruzione di enormi mostri architettonici nei piccoli centri storici. Su questo fronte mi auguro che la progressiva vicinanza della Croazia all’Unione europea possa tradursi in una maggiore consapevolezza ecologica.

sabato 16 luglio 2011

Le lingue in ex Iugoslavia 3

Prima di partire per il mio consueto periodo rigenerante in Croazia, mi sembrava giusto almeno completare il discorso su serbo e croato (e bosniaco e montenegrino). Abbiamo visto nel post precedente che, nel continuum linguistico serbo/croato, il serbo standard e il croato standard sono due varianti dello stesso sistema distinguibili per l’esito del fonema jat del paleoslavo. In realtà questo non è l’unico discrimine – pur rimanendo quello sostanziale – perché esistono altre differenze sul piano fonologico, grafico e lessicale che ora vedremo.

Grafia
Si dice che distinguere croato e serbo alla lettura sia semplicissimo perché il primo si scrive in caratteri latini, mentre il secondo in caratteri cirillici. E invece no, o meglio, non esattamente: il serbo è uno dei pochi esempi di digrafia, ossia è una lingua che può essere scritta in due alfabeti (latino e cirillico) in tutti i contesti comunicativi. Durante il periodo iugoslavo, per questioni di uniformità e mutua comprensione con croati e sloveni l’alfabeto latino era preferito in Serbia, tanto che si prevedeva che prima o poi il cirillico sarebbe caduto in disuso. Con i nazionalismi degli anni Novanta, il cirillico è tornato in auge come elemento distintivo nei settori più reazionari della società, tanto che ora è possibile distinguere la stampa conservatrice e quella progressista proprio per l’alfabeto usato.
Gli alfabeti latino e cirillico non sono gli unici usati per trascrivere il serbo/croato, fino agli anni Trenta dello scorso secolo si potevano ancora trovare testi scritti in glagolitico in Croazia (di cui si è parlato qui) e in arabica (l’alfabeto arabo adattato) in Bosnia.

Lessico e morfologia
Elencare tutte le parole che differiscono tra serbo e croato standard non avrebbe tanto senso ai fini di questo ciclo di post, e forse non sarebbe proprio possibile, per cui mi limito ad accennare le variazioni più razionalizzabili in termini fonologici. Un numero minuscolo di vocaboli contenenti il fonema /f/ in serbo hanno un corrispettivo con /v/ in croato, l’esempio più comune è la parola “caffè”, kafa in serbo e kava in croato. Viceversa, alcune parole che in croato hanno la /h/ in serbo hanno la /v/, per esempio buha, duhan, kuhati, suh (“pulce”, “tabacco”, “cucinare”, “asciutto”) in croato sono buva, duvan, kuvati, suv in serbo. Un altro gruppetto di parole che termina in /ol/ in croato, non presenta in serbo la /l/ (anche se nella declinazione ricompare): così i croati sol, stol, vol,(“sale”, “tavolo”, “bue”) diventano so, sto, vo in serbo. In croato tendenzialmente si preferisce il suffisso -ica per creare il femminile delle parole che indicano occupazione, mentre in serbo si usa perlopiù -ka oppure -kinja: così, in croato abbiamo studentica e profesorica (“studentessa” e “professoressa”) mentre in serbo studentkinja e profersorka. Molti verbi derivati da radici latine hanno un suffisso in -irati in croato (calcato sui verbi in -ieren in tedesco), mentre in serbo gli stessi terminano in -isati oppure -ovati: per esempio kontrolirati e organizirati (qui direi che non serve la traduzione) in croato, sono kontrolisati e organizovati in serbo.
Un altro punto secondo me interessante riguarda alcuni toponimi entrati in croato tramite il latino e in serbo tramite la matrice greco-russa: Atena/Atina (Atene), Betlehem/Vitlejem (Betlemme) Europa/Evropa (Europa), Cipar/Kipar (Cipro).

Neologismi
A parte le differenze sistematiche elencate sopra, che probabilmente riguardano una porzione esigua del vocabolario serbo/croato, la differenza principale consiste nel fatto che se in serbo ci sono molte parole con radici greco-latine o comunque straniere (quelle che loro chiamano “internazionalismi”), in croato si raccomanda l’uso di parole esclusivamente slave. C’è sempre stata una certa tendenza purista in Croazia, assopita durante l’era di Tito ma riesplosa durante i conflitti degli anni Novanta con la conseguente creazione di numerosi neologismi dall’esito più o meno fortunato. Quindi se in un giornale serbo su leggono parole comprensibili a un parlante italiano come geografija, kompjuter, avion, aerodrom, univerzitet in quello croato ci si imbatte in zemljopis, računalo, zrakoplov, zračka luka, sveučilište. L’emblema di questo processo è di sicuro la denominazione dei mesi, che merita un post specifico. Va detto, però, che a vent’anni dall’indipendenza questo impulso purista sta progressivamente scemando, quindi anche se al telegiornale possiamo ascoltare zrakoplov la maggior parte dei parlanti in Croazia continua a usare avion comunemente. Spero che col passare del tempo certe ridicole invenzioni lessicali, come zrakomlat ("fendiaria") per helikopter e brzoglas ("velocifono") per telefon, possano cadere nell’oblio che meritano.

Bosniaco e montenegrino
Come riflesso del nazionalismo linguistico croato e serbo si è inserita l’aspirazione di alcuni bosniaci e montenegrini a vedere le loro varianti assurgere allo status di lingua al pari delle “sorelle maggiori” (le quali già non sono considerate entità distinte da nessun linguista degno di questo nome). Entriamo più nello specifico. Con “bosniaco” si intende la variante del serbo/croato parlato dai bosgnacchi, ossia i musulmani della Bosnia: linguisticamente non esistono veri tratti caratterizzanti rispetto al dialetto serbo e al croato, condivide alcuni aspetti di entrambe le varietà con qualche parola in più di origine ottomana (turca o araba), ma in fondo niente di così sostanziale: nell’uso quotidiano sono molto meno di quello che riportano certe grammatiche. Alcuni estremisti hanno proposto la riesumazione dell’arabica, l’alfabeto arabo adattato alla fonologia del serbo/croato, ma ovviamente la proposta ha lasciato il tempo che ha trovato. Il cosiddetto montenegrino, poi, mi risulta ancor più un enigma: è una variante ijekava (si veda govori) del serbo, ma lessico, morfologia e sintassi sono assolutamente identiche. Suppongo che ci sia un accento diverso, ma se è per questo cambia anche da Mestre centro a Marghera; non ci sono comunque i fondamenti per una trattazione separata.