domenica 15 novembre 2009

Di chi è Trieste?

Che gli italiani avessero il senso dell’ironia pari a quello di una pentola a pressione non è una novità, e visto che il raffinato humour nazionale si basa esclusivamente su movimenti intestinali, imprecazioni dialettali e prestazioni sessuali iperboliche o scarse, non c’è da meravigliarsi se i media e i politici italiani non sanno cogliere un certo tipo di discorso. Un caso emblematico è l’inutile polverone che di recente si è sollevato intorno al cortometraggio del giovanissimo regista sloveno Žiga Virc, Trst je naš (Trieste è nostra), il cui titolo riprende il motto dei partigiani titini decisi a portare la città nell’orbita iugoslava dopo la Seconda guerra mondiale. Solo il titolo aveva scatenato le ire delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati e del ministro degli esteri Frattini, che ha dichiarato:
Sono francamente stupefatto per la decisione dell’Accademia slovena per la cinematografia di finanziare il film “Trieste è nostra” e per la decisione della Tv di Stato di diffonderlo. Tra qualche giorno celebriamo il ventennale della caduta del muro di Berlino e nessuno dovrebbe permettersi di scherzare sul sangue e sul dolore che l’Europa ha drammaticamente conosciuto. Rievocando quanto i cittadini dalmati e istriani hanno subito e sofferto per le orribili azioni delle bande del dittatore jugoslavo, il film versa nuovo sale sulle ferite che dovremo tutti contribuire a far chiudere piuttosto che riaprire.
Purtroppo al ministro Frattini non è stato detto che la censura artistica preventiva è un vezzo italico, ma lasciamo per ora perdere questo tema ben noto. L’aspetto comico della faccenda è che il film non parla di revanscismo, ma del rapporto difficile con la realtà di un uomo ossessionato dai valori partigiani che preferisce inscenare le battaglie tra titini e tedeschi piuttosto che lavorare nei campi; una satira di tutti quei personaggi che nell’ex Iugoslavia sono rimasti attaccati alla storia intesa come feticcio per paura di affrontare il mondo; perciò la pellicola non ha nulla a che vedere con le rivendicazioni paventate dai giornalisti nostrani convinti che, fuori dal confine, ci siano ancora i carri armati rossi che incombono. Ma sono comunque perplesso per le parole del ministro circa il silenzio e la necessità guardare alla storia come se fosse un macigno sospeso sulle nostre teste. Penso che chi sia dotato del dono dell’ironia sappia che non significa «scherzare» su argomenti tragici, ma veicolare un messaggio profondo con un atteggiamento di lucido distacco, che in definitiva costituiva anche la cifra stilistica di un certo neorealismo italiano di cui tanto ci vantiamo. Per esempio, esiste una corposa cinematografia in cui si affronta la Shoah con punte persino comiche, senza per questo trattare l’argomento con superficialità. Non vedo perché questo non potrebbe, in via teorica, applicarsi anche a questo evento che rimane sconosciuto pure a chi lo rivendica con forza in questo paese.

Insomma, lasciate perdere l’autoindulgenza e l’autoreferenzialità, e fatevi due risate!

venerdì 13 novembre 2009

A Venezia ci piace il biscotto

I cattolici ne avranno tante, ma di positivo c’è che si inventano un dolce delizioso per ogni santo, madonna, festa, ricorrenza e sagra. Per carità, buona la haroset di Pesah, ma non ha nulla a che vedere con l’uovo di Pasqua, è palese. Per una volta parlerò di una tradizione curiosa di Venezia a cui sono molto legato. Solo in città e nella terraferma si festeggia San Martino, cosa molto strana visto che è il patrono di Belluno e non è mai passato per nessuno dei due posti, ma a parte il simpatico aneddoto della cappa spartita con il poverello la parte migliore del festeggiamento riguarda il dolce di San Martino, che si tratta di un biscottone di pasta frolla ricoperto di cioccolato che ritrae la silhouette del santo – in versione presantità (e forse precristiana) in groppa al cavallo con la spada sguainata o nel fodero (dipende dallo stampo) – ricoperta di cioccolato e guarnita con svariati dolcetti. Dal 10 novembre sino alla settimana successiva le pasticcerie di Venezia e Mestre vendono queste delizie che diventano l’alimento base per alcune colazioni gioiose prima di ripiombare nella fredda quotidianità novembrina. Per me è un motivo in più per tornare a est, oltre al compleanno di mia madre che cade pochi giorni dopo.
Questo è uno scatto del dolce che mi sono comprato oggi (dopo l’11 novembre i “sanmartini” sono in saldo!), prima dello smembramento.

sabato 31 ottobre 2009

Mi manda Jadrano 2 – la risposta


Spett.le Sig. Jadran,

abbiamo provveduto a sistemare il prezzo dei dischetti Valis in cotone che in effetti non era stato inserito correttamente. Il prezzo del caffè solubile Valis è invece corretto. Siamo dovuti temporaneamente scendere eccessivamente con il prezzo del Nescafè per motivi di concorrenza e, proprio per tali motivi, il prodotto è stato eliminato dal nostro assortimento.
Per gli altri prodotti, abbiamo provveduto ad avvisare la nostra sede centrale che comunica i prezzi dei nostri marchi per tutti i nostri 26 punti vendita, di quanto si sta verificando in modo da evitare in futuro altri errori analoghi.

Ringraziandola per la sua segnalazione, salutiamo cordialmente.
Distinti saluti
Iper
Da quanto scritto nella risposta, il concetto di customer care non è ancora arrivato all’Iper. Non mi hanno offerto nemmeno un buono per una confezione di fazzoletti, o una zucca in omaggio, nonostante il prezioso servizio che ho prestato a loro e agli altri ventisei punti vendita, senza nemmeno coinvolgere le associazioni di consumatori. Mi sento una massaia 2.0 disillusa.

mercoledì 28 ottobre 2009

Mi manda Jadrano – ovvero Valis, tanto vale...


Chi mi conosce sa che sotto la scorza di would-be intellettuale si cela in profondità una casalinga anni Cinquanta: dopo una giornata trascorsa a tradurre un capitolo sulle diverse forme di anemia, a spiegare la differenza tra relative defining e non-defining, o a speculare sulle origini dei verbi di esistenza nelle lingue indeuropee dal sanscrito all’olandese, non trovo niente di più rilassante che fare la spesa, il bucato o ramazzare il pavimento. Sono praticamente mia madre, a parte i capelli troppo corti per gonfiarmeli di lacca e il guardaroba camp di una badante. L’unico lavoro domestico che non sopporto è lavare i piatti, ma spero un giorno di avere una cucina abbastanza grande da ospitare una lavastoviglie.
Tornando alla spesa, ho la fortuna di avere vicino a casa tre supermercati: la Coop, il mio preferito, è purtroppo un po’ più distante, quindi ci vado solo se sono in strada; l’Esselunga, il più vicino, è anche il più squallido dei tre, inoltre non vado molto d’accordo con in signor Caprotti. Il compromesso migliore è l’Iper, ben curato e fornitissimo, che si trova in una specie di centro commerciale all’aperto assieme a vari negozi che soddisfano altre mie manie o esigenze (leggasi “Parafarmacia”). Mi piace molto provare i prodotti di marca commerciale, che nel caso della Coop sono di ottima qualità, non sempre quelli Iper; forse proprio per questo motivo, ultimamente l’Iper ha proposto il nuovo marchio commerciale Valis per i prodotti più economici, in modo da concentrare le risorse sui propri in funzione di un’immagine di qualità. Insieme al mio coinquilino, stiamo provando tutti i prodotti Valis principalmente per risparmiare, ma anche perché la grafica dei prodotti ci rimanda all’atmosfera dei primi supermercati così congeniale alla mia casalinga interiore. Lo slogan recita «La certezza del prezzo più basso, sempre!» e sugli scaffali di fianco al prezzo si trova spesso un cartellino che indica il prodotto Valis come quello con il prezzo inferiore. Stando a questo, un cliente dovrebbe essere sicuro che il prodotto Valis è in assoluto quello con il miglior rapporto quantità/prezzo. Ma non è così. Prendiamo i due casi più eclatanti che ho trovato.

Caffè solubile istantaneo
Nescafé (100g) 2,76€
Valis (100g) 3,00€
24 centesimi di differenza con il prodotto più noto.

Dischetti in cotone
Marchio Iper (70 dischetti) 0,97€
Valis (80 dischetti) 1,99€
La differenza di dieci dischetti varrebbe oltre un euro.

Premesso che non risponderò a domande riguardanti il mio interesse per i dischetti in cotone (non servono solo per struccarsi, maliziosi!), ribadisco che questi sono solo i due casi in cui la differenza di prezzo era più marcata, mentre in altri era di appena qualche centesimo a sfavore di Valis. Molti risultavano invece davvero i prodotti più economici. Immagino quante persone meno accorte abbiano riempito il carrello di prodotti Valis sicure di una convenienza non sempre effettiva. Da bravo consumatore attento, ho scritto all’Iper, vedremo cosa succederà.

Occhio alla spesa, massaie 2.0!

sabato 24 ottobre 2009

Chi di comunicazione ferisce, di comunicazione... perisce

Dell’ennesima polemica senile sul gruppo di Facebook “Uccidete Berlusconi” mi importa ben poco, perché è la solita manovra videocratica per catalizzare l’attenzione su un falso problema. È sbagliato augurare la morte a nessuno? Sì. Anche perché, nel caso specifico, la dipartita di Mr. B lo renderebbe un martire e già faccio fatica a sopportarlo come eroe e defensor fidei. Gli iscritti a quel gruppo sono stati cretini? Be’ sì. Punto. Basta.
Quello che invece mi interessa è la comunicazione. Da ormai quindici anni l’aggressivo “opinionismo” televisivo ci ha abituato allo svilimento completo del linguaggio, e la conseguenza è stata la perdita dei filtri del ragionamento: una soubrette contesta il valore accademico del direttore del CNR, un sindaco sbraita «pulizia etnica contro i culattoni» tra le risate generali, un divorziato fedifrago parla di «sacralità del matrimonio», un tronista viene definito artista, un cumulo di marche costose si identifica con “stile” e il dissenso viene percepito automaticamente come sovversione. In questo àmbito, dove chiunque non solo può ma deve dire qualcosa su tutto, era prevedibile che il boomerang comunicativo tornasse a chi l’ha lanciato, perciò non mi stupisco se in un linguaggio ridotto a un sistema binario sì/no, bianco/nero, pro/contro la repulsione si trasforma in augurio di morte.

martedì 20 ottobre 2009

Incontri, madeleine, ovvietà.

Nei miei due anni a Milano da studente universitario c’è stato un semestre molto piacevole in cui nel corso di russo che frequentavo si erano aggiunge quattro studentesse Erasmus: le slovacche Delena e Zuzana, la ceca Izabela e la polacca Ewa; insieme a Ksenija (italorussa) e me formavamo un bel gruppetto panslavo, tant’è che ci si trovava anche fuori dall’università. Tra di noi si parlava una specie di “slavopanto” in cui al russo, la lingua che ci accomunava, inserivamo termini delle rispettive lingue, che perlopiù risultavano comprensibili a tutti e all’occorrenza ci veniva sempre di soccorso l’inglese che deformavamo nei modi più divertenti. C’era anche un altro motivo per cui era piacevole uscire con loro: essendo quasi tutte ragazze molto belle, fioccavano le offerte di drink, quindi più di qualche volta mi facevo bevute senza tirare fuori un euro, visto che le ragazze non erano beone come me e la russa. Ovviamente le offerte erano frutto non di atti spontanei di generosità, ma di veri tentativi di abbordaggio perché, si sa, «le slave la danno via al mondo». In quelle occasioni credo di aver visto il peggio della fighetteria milanese unita al testosterone.
Oggi a bordo della pestilenziale circolare 91 ho incontrato, a sorpresa, Delena. Dopo l’Erasmus si è laureata in Slovacchia ed è tornata a Milano, dove lavora in un’azienda che ha rapporti con la Cechia e la Slovacchia e ha anche trovato un fidanzato. Era bella come la ricordavo, con quello stile elegantemente sobrio così poco italiano ma che comunque la contraddistingueva dalla sguaiataggine estetica di Zuzana e Izabela. Dopo una breve telefonata al cellulare, ho avuto modo di constatare che il suo italiano era diventato fluente, cosa che mi ha colpito perché quando eravamo all’università aveva appena incominciato a studiarlo e la aiutavo con le coniugazioni verbali. Mi sono complimentato e la sua risposta è stata «Be’, ormai sono due anni che vivo in Italia». Ho sorriso pensando “Sì, sarà ovvio dalle nostre parti...”.

lunedì 19 ottobre 2009

New Age, old age

Un tempo il New Age di Roncade (TV) era un’oasi per tutti noi non-fighi della provincia di Venezia: nella terra della house da impasticcati era tra i pochi posti dove si era sicuri di evitare l’ultimo tormentone estivo, la canzonetta latina che scatenava nelle ragazze movenze imbarazzanti, lo “spazio maranza” con le canzoni italiane anni ‘70 e ‘80; in più c’erano spesso concerti e live di band liceali che rendevano il locale ancora più attraente per gli outsider sociali prima che essere nerd diventasse una moda. Sabato ci sono tornato, dopo tantissimi anni, insieme ad Ari, Albi, Betti e Adri, fratello di Ari che ora ha l’età che avevamo noi quando frequentavamo quel posto. Il disincanto è iniziato già all’entrata, quando a ognuno di noi è stato chiesta una tariffa diversa per accedere (con consegna casuale di consumazioni gratuite). All’interno era in corso il concerto degli Oi Va Voi, band inglese che suonava turbofolk cantata in yiddisch, raccapricciante: già tollero con riluttanza i complessi balcanici che si dedicano a questo genere di cui non sentivamo più bisogno dagli anni ‘90, non vedo perché un gruppo di inglesi abbia fatto queste scelta infausta nel 2009; mi dispiaceva soprattutto per la cantante, che oltre a essere molto affascinante aveva anche una bella voce, ma mi sembrava sprecata per un progetto nato vecchio.
Per fortuna con un paio di drink siamo sopravvissuti al concerto ed è iniziata la musica. Deve essersi verificato un curioso varco spazio-temporale perché era la stessa musica che ballavamo lì dieci anni fa: Nirvana, Chemical Brothers, Blur, Weezer, Strokes, Ramones, Dandy Warhol ecc. Il che è anche rassicurante, però il panico ha iniziato a crescere quando hanno messo questa sigla, che non è stata carpita dal pubblico con età inferiore ai vent’anni:


La serata ha assunto toni ancora più surreali con l’avvistamento dei seguenti personaggi:

  1. Vetero-metal con capello unto riccio fino alla vita e chiodo.

  2. Post-paninaro vestito completamente di jeans chiaro, strappi sui pantaloni, quantità improbabile di toppe fantasia sul giubbotto.

  3. Due figuri con la maglietta del concerto dei Mr. Big del 1999.

  4. Scugnizza alta 1,20 m e altrettanto larga con vestitino attillato nero scoprimutanda, calza a fantasia floreale nera, tacco 10 e coppola.

  5. Culona alta 1,40 m con vestitino attillato blu, scarpe tacco 12 laccate rosse abbinate a cintura. Ma ti hanno detto che l’abbinamento blu marino e rosso scarlatto è stato brevettato da Superman? Questo significa che ha senso solo a Carnevale.

venerdì 9 ottobre 2009

Nemilosrdni gadovi

Espandiamo la nostra fantasia ai limiti della fantastoria e immaginiamoci nello scenario della seconda guerra mondiale un cinema colmo di nazisti. Ma non solo nazisti anonimi, il gotha del regime: Goebbels, Himmler, Eichmann... e, ovviamente, zio Adolf. Le porte della sala sono sprangate, per il pubblico non c’è via di uscita e, improvvisamente, scoppia un incendio. Panico generale. Voi siete sul loggione e avete accanto una mitragliatrice bella carica. Sotto di voi c’è la marmaglia di criminali che ha convinto il mondo che siete una razza inferiore indegna di esistere, e che magari ha anche fatto fuori qualche vostro parente. Anche voi siete spacciati, ma sapete che negli ultimi istanti della vostra vita potete dare una mano alla storia.

Non so voi, ma io in quel caso mi toglierei un bello sfizio!


E Quentin Tarantino, con il suo Inglorious Basterds, ci regala la possibilità di vivere questo momento catartico per trasposizione cinematografica. E per questo lo ringrazio di cuore. Non mi soffermerò sulla sinossi del film, ma sui punti che mi hanno esaltato. La trama si fonda sulla costruzione di tre complotti che in modo comico e accidentale culminano nella scena che ho descritto sopra. Brad Pitt (che secondo me, so che non è chic dirlo, è un bravo attore) interpreta un luogotenente sgangherato che millanta origini Apache e costringe il suo contingente di americani ebrei a fare lo scalpo a ogni nazista che incontrano nella Francia occupata. Ai pochi tedeschi che lasciano in vita, il luogotenente incide una svastica sulla fronte affinché, una volta dismessa la divisa, tutti possano riconoscerli in quanto nazisti. Parallelamente alle vicende dei “Basterds” conosciamo la storia di Shosanna Dreyfus, francese ebrea che si rifugia a Parigi sotto falsa identità dopo essere sopravvissuta allo sterminio della famiglia a opera di Hans Landa, il “cacciatore di ebrei”, splendidamente interpretato dall’attore austriaco poliglotta Christoph Waltz: un personaggio sopra le righe che ricorda un detective scaltro à la Poirot ottenebrato dall’ideologia nazista. Ho poi scoperto che l’attore è un austriaco ebreo e ha un figlio rabbino in Israele, che fatalità!


Il film è colmo di citazioni dalle fonti più disparate, ci si potrebbe divertire cercando di coglierle, e la scena ambientata nella sala cinematografica offre una riflessione ironica di metacinema. Tutto questo condito da litri e litri di sangue (finto).


Un film che intrattiene, fa pensare, smuove. Che cosa volete di più?

domenica 4 ottobre 2009

Više nema ga


Non sono un grande fan di hip pop e rap, ma di questo genere apprezzo lo spirito prosastico, la narratività, che lo contraddistingue rispetto alla liricità, spesso lirismo, della musica pop. Proprio perché non seguo molto questo filone ho appena scoperto la band che suona la canzone di questo video, gli Elemental, formazione zagrebese che comprende anche musicisti e cantanti/rapper donne (non credo che ce ne siano molte in Croazia). Avevo iniziato a tradurre il testo della canzone, ma mi sono fermato quando ho notato che i riferimenti culturali erano troppi e non ne valeva la pena. Piuttosto spiegherò brevemente il contenuto. In principio pensavo che Nema ga (non c’è) fosse l’ennesima canzone del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, invece mi ero lasciato ingannare dai miei preconcetti: la canzone parla sì dei “bei tempi andati”, ma nell’ottica di una generazione che per la scarsa lungimiranza ha ridotto le prospettive di quelle a venire. Credo che, a prescindere dalla situazione particolare descritta dagli Elemental, la canzone rifletta un disagio attuale anche in questo paese, dove i “giovani” hanno ormai superato i quarant’anni e sembra che poi esista solo un vuoto procrastinabile.

domenica 20 settembre 2009

La studentessa catechista

Nella mia seppur breve esperienza di assistente ed esaminatore, ho cominciato a notare certe differenze nell’utenza dei diversi corsi di laurea in cui ho lavorato o mi è capitato di lavorare. Nelle facoltà umanistiche si trova di tutto: il rampollo di buona famiglia che si fa mantenere dal papi nella grande città, la ribelle da centro sociale che una volta uscita si convertirà al capitalismo e agli aperitivi con i colleghi, la studentessa Erasmus slovacca ancora ubriaca dalla sera prima, il punk, il metallaro, l’emo, l’indeciso, l’impegnato, l’arrivista, lo spaesato, la Louis-Vuitton-munita, il nerd, la PR, il drogato ecc. Tra tutte, la categoria che più mi impressiona, anche per la consistenza, è quella delle “studentesse catechiste”, come sono solito chiamarle.

La studentessa catechista indossa solo camicette di colori pastello, golfini sempre color pastello che si ostina a indossare anche in pieno luglio, jeans o gonne a pieghe, scarpe rigorosamente basse. Porta i capelli lunghi e dritti, che si sistema di continuo con un tipico gesto che ne enfatizza l’innocenza. Sono d’obbligo gli occhiali, per dare l’aria di allieva diligente, ma solo con montature leggere, quasi evanescenti, perché non si vuole dare nell’occhio e la moda è per le ragazze poco serie.

La piccola timorata è totalmente all’oscuro degli avvenimenti attuali, perché la politica non si confà a una fanciulla a modo, i temi di preferenza sono i bambini, l’istruzione dei bambini, i bambini nel terzo mondo, lo sfruttamento dei bambini, i bambini in questo triste mondo malato. Perché ci tengono a specificare che nel loro paesino sono attive all’oratorio e con gli scout. Le più anticonformiste invece parlano di surriscaldamento globale, foche o panda. Ma solo di animali teneri.

La ragione di vita della studentessa catechista è “sono una brava bambina, devo avere trenta e lode” e quasi si offende se durante l’orale si tenta di sondarne le conoscenze (“ma come, non ha capito che sono una brava bambina?”). Nulla la convince che il voto di un esame non rappresenta un voto alla sua persona. Perlopiù studia tutto a memoria, comprese le didascalie delle figure, ma rare volte si sofferma sul significato di quanto recita. Per ottenere il suo scopo, ossia collezionare trenta e lode nel libretto, mette in atto due strategie: con l’esaminatore più anziano si fa docile, tenera, premurosa “sono la figlia che avresti sempre voluto avere”; con l’esaminatore più giovane il gioco si fa più sordido “sono la fighetta che hai sempre desiderato da studente, ma che non te l’ha mai data: ora potrei essere tua, ma prima firmami questo trenta e lode”. Con le docenti, invece, si creano rapporti di estrema cordialità se queste a loro volta erano studentesse catechiste in gioventù, guerra aperta negli altri casi. La studentessa catechista è affascinata dal potere e dalla possibilità di avere una posizione privilegiata rispetto alla massa, quindi è inevitabile che, pur in modo ingenuo, si innamori di chi sta dall’altra parte della cattedra.

Come comportarsi con la studentessa catechista? Almeno che non si voglia davvero approfittare della propria posizione (io sospetto che sia successo non di rado visto che la ritiene una tattica vincente), è importante mantenere le distanze, dare poca confidenza. Tuttavia, ho notato che talvolta l’aura gelida accende ancora di più la sua curiosità, al limite dell’ossessione, ma allo stesso tempo la spiazza il fatto che per una volta non basti un bel faccino per prendere un immeritato trenta e lode.